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IL CIELO INTORNO A NOI

Scritto da Eleonora Gitto

Il cielo intorno a noi

Il cielo intorno a noi

Alcune pagine del libro di Margherita Hack "Il cielo intorno a noi Viaggio dalla Terra ai confini dell’ignoto per capire il nostro posto nell’Universo" - Dalai editore, 2012.

Almeno qualche volta nella vita sarà capitato a tutti di osservare con curiosità il cielo, di porsi delle domande sulle stelle, di provare meraviglia per la loro piccolezza, il loro splendore e il numero nell’immensità dello spazio: e poi concludere sgomenti: «Ma a che serve tutto questo?»
Fin dai tempi più antichi molti hanno risposto che il Sole, la Luna e le stelle esistevano per dimostrare la gloria e l’onnipotenza di Dio, oppure che quelle stelle erano esse stesse degli dèi; mentre altri, forse un po’ meno riverenti, cercarono anche risposte diverse.
Comunque, non si scoraggiarono mai completamente davanti a un mistero che sembrava impenetrabile, e poco per volta incominciarono a scoprire e a imparare qualcosa, a decifrare qualche «geroglifico» in quel gran libro di stelle. Così, per esempio, notarono delle regolarità, oppure delle differenze di colore e comportamento; e soltanto per questo riuscirono anche ad acquistare una certa autorità sui loro simili.
Sicché, si potrebbe incominciare col dire che non è proprio vero che le stelle non servano a niente. Infatti, si imparò presto che molte di esse aiutano a orientarsi; il loro sorgere e tramontare contrassegna il trascorrere delle stagioni, i ritmi del Sole e della Luna stabiliscono il calendario. Inoltre, come abbiamo accennato, l’osservazione dei pianeti e delle costellazioni fu una delle principali fonti dell’autorità dei sacerdoti sumeri, babilonesi e caldei, che erano astronomi, astrologi e anche banchieri. Per avere maggior potere tenevano segreta la loro scienza, e perciò erano molto più simili a Rosacroce o Massoni che a scienziati moderni. Non per nulla gli antichi pensavano che la loro autorità fosse d’origine divina e venisse dal cielo.
I libri sacri sono ricchi di riferimenti astronomici. Nella Bibbia si legge come e in che ordine Dio creò il mondo, ma anche le domande di Dio al misero Giobbe: «Conosci tu le dimensioni della Terra e la dimora della luce e delle tenebre? Conosci tu forse l’ordine del cielo e chi determini la sua influenza sulla Terra?» Dal Corano apprendiamo che Abramo contemplava le stelle, e Filone di Alessandria, che visse all’incirca dal 30 a.C. al 50 d.C., ci ha tramandato che il «caldeo Abramo era un astronomo nato. Nella sua patria si dedicò all’osservazione dei corpi celesti, calcolò il loro corso e si meravigliò della loro armonia…». Un concetto, quello dell’armonia, che dopo Pitagora acquistò grande popolarità non solo in astronomia, ma nella scienza in genere.
Negli ultimi secoli l’astronomia ha compiuto straordinari progressi, ormai gli astronomi non sono più sacerdoti e nemmeno astrologi, sebbene rimangano sempre più o meno legati al potere politico per i costosi mezzi e strumenti di cui abbisognano. Specialmente oggi che siamo entrati nell’era dei viaggi spaziali e delle astronavi, e si comincia a penetrare in quelle «dimore celesti» di cui Dio parlava a Giobbe come gli fossero escluse per sempre, almeno in vita.
Tuttavia, proprio per l’oggetto stesso di una ricerca che non finisce di apparire temeraria, ossia quest’Universo dispiegato davanti ai nostri occhi con i suoi inesauribili enigmi, nell’astronomia persiste una specie di alone mistico, un qualcosa di religioso, un anelito a leggere il cielo, che ci colpisce fin da bambini. Infatti, è in generale da bambini, quando l’ingenuità è una virtù e le avventure tutte meravigliose, che viene la vocazione astronomica.
È quanto è accaduto al noto astronomo Fred Hoyle. Molti lo conosceranno, se non per le sue discusse teorie astrofisiche e cosmologiche, per i libri di fantascienza come la Nuvola Nera, A come Andromeda, Nello spazio profondo, Quinto pianeta, Inferno, e tanti altri romanzi. Nel volumetto in parte autobiografico intitolato Incontro col futuro, Hoyle ci racconta che scoprì il richiamo delle stelle mentre giocava con un compagno per i campi del suo paese natale, Bingley, nell’Inghilterra settentrionale. Aveva otto o nove anni, era buio fondo e, dall’alto di un muretto dove si era arrampicato, gli sembrò di sentirsi all’improvviso come staccato dalla Terra, mentre il cielo punteggiato di migliaia di stelle gli appariva mostruosamente grande. «Così – egli dice – diventai consapevole e quasi intimorito dalle stelle. Quando, poi, mi decisi di scendere dal muretto avevo maturato un proponimento. Ricordo che stavo in piedi, ancora con gli occhi rivolti in alto, e fu allora che stabilii che cosa avrei fatto da grande: avrei cercato di sapere cosa fossero quelle luci lassù, e credo di aver mantenuto questa promessa per tutta la mia vita». Infatti, ha contribuito a scoprire come evolvono le stelle, e quale sia l’origine degli elementi più pesanti dell’elio.
Ma è il futuro dell’astronomia che si prospetta sbalorditivo. Innanzi tutto perché, con l’avvento dell’astronautica, con i progressi nelle sonde e telescopi, è come se tutta l’umanità fosse uscita dall’infanzia e, apprestandosi a conquistare lo spazio, stesse diventando adulta. Tutto è iniziato con l’esplorazione della Luna negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Nei decenni seguenti grandi risultati nell’esplorazione degli altri pianeti e satelliti del Sistema solare sono stati raggiunti da nuove generazioni di sonde e rover (come vedremo in Appendice).
In questi ultimi anni, il grande progetto internazionale della Stazione spaziale, piattaforma-laboratorio orbitante dove gli astronomi stanno a turno per lunghi periodi, abituandosi a vivere nello spazio, verso cui hanno fatto la spola per anni le navette americane Space shuttle e ora le russe Soyuz, assicurando trasporto e rifornimenti agli astronauti. Tutti questi progressi si possono in effetti considerare come la nuova scuola, laboratorio e dimora dell’uomo spaziale. In realtà, non soltanto ci si propone ormai di abitare sui pianeti o in colonie spaziali, ma anche servirsi di asteroidi, comete, pianeti e perfino stelle come fossero materiali da costruzione. Infatti, si pensa che un giorno saremo capaci di trasformare il Sistema solare come fanno architetti e ingegneri quando costruiscono o riadattano una casa alle nostre esigenze. C’è chi pone il raggiungimento di questi obiettivi di ingegneria planetaria e stellare in un futuro abbastanza prossimo; ma anche se occorressero molti altri secoli, è probabile che ci arriveremo.
Oggi abbiamo le macchine fotografiche, le fotocellule, le camere televisive, i telescopi spaziali, a raggi X, gamma e neutrini; si perfezionano quelli per la registrazione di eventuali «onde gravitazionali» (predette dalla teoria della Relatività Generale, ma non ancora scoperte), per cui si può affermare che, come i medici hanno perso l’abitudine di esaminare un paziente «auscultandolo
e palpandolo», così gli astronomi di professione non guardano quasi mai le stelle a occhio nudo. L’occhio nudo serve all’astronomo molto meno di quanto non serva ancora l’«occhio clinico» al medico, perché i segreti più profondi della natura sono nascosti sia alla vista che ai cinque sensi in generale. Perciò, l’uomo ha inventato e trovato una quantità di nuovi sensi artificiali: un segno anche questo che l’umanità non è nata per vivere soltanto sulla «pellicola» del nostro pianeta, come se fosse – direbbe Arthur Eddington – una specie di muffa. Tuttavia, è altrettanto chiaro che una prima conoscenza del cielo non possiamo farla che a occhio nudo. Ed è sicuramente più facile se ci viene in aiuto qualcuno che l’astronomia la conosce di già, almeno un poco; e, per così dire, ce la presenta, sebbene non sia affatto disdicevole essere presuntuosi e fare da soli. Alcuni si aiutano con quella sorta di «biglietti da visita» della volta celeste, che sono i planisferi.
Prendiamone uno. È di cartone o di plastica, ed è formato da due dischi girevoli l’uno sull’altro. Quello più grande porta disegnate le stelle del nostro emisfero con al bordo la scala dei giorni e dei mesi; mentre il disco minore riproduce l’orizzonte e ha sul bordo la scala delle ore. Serve tutto l’anno e conviene studiarselo a tavolino prima di confrontarlo col cielo. In ogni caso è sempre bene individuare prima il Nord e cercare la stellina all’estremità del Carro dell’Orsa Minore, ossia la Polare; poi, passare alle più luminose stelle dell’Orsa Maggiore, al W di Cassiopea, e così via.

Avvertiamo che l’amore per l’astronomia e specialmente l’osservazione sistematica del cielo a occhio nudo necessitano di un minimo di preparazione degli occhi. Pur usando il telescopio, nell’Ottocento l’astronomo Giovanni Schiaparelli si preparava stando per quasi un’ora in una stanza buia a occhi chiusi, affinché la retina acquistasse la maggiore sensibilità possibile, che può aumentare di 10.000 volte. Quindi si metteva all’oculare del telescopio, raggiungendo risultati tali che molti astronomi sembravano ciechi in paragone a lui. Altro famosissimo «occhio di falco» era l’astronomo americano Edward Emerson Barnard. Ma, a proposito di acuità visiva e visibilità delle stelle, quante se ne possono vedere a occhio nudo? Innanzitutto dobbiamo dire che le stelle sono più colorate di quanto sembri di primo acchito; poi spiegheremo perché il cielo di giorno ci appare blu, mentre gli astronomi sanno che è nero
come l’inchiostro. Riguardo al cielo notturno accenneremo anche al cosiddetto «paradosso di Olbers», entrando così nel vivo dei problemi cosmologici ancora prima di conoscere le stelle.
Generalmente noi riusciamo, nelle migliori condizioni dei nostri occhi, a vedere stelle piuttosto deboli, come quelle di 6a magnitudine ed eccezionalmente di 7a, tenuto conto che lo splendore di una stella diminuisce di circa 2,5 volte da una magnitudine a quella successiva. Ma che significa magnitudine di una stella?
È facile intuire che lo splendore delle stelle dipende sia dalle loro dimensioni e temperature che dalla loro distanza. Però, anche la stima dello splendore delle stelle ha una storia che merita di essere raccontata. La storia incomincia con Ipparco e la costellazione dello Scorpione. Osservando un planisfero si nota subito che lo Scorpione è una di quelle costellazioni che si vedono bene d’estate, e la sua stella più brillante è Antares, un nome che significa «rivale di Marte». Infatti, Antares e Marte hanno quasi lo stesso colore, e se non ci fosse la scintillazione che distingue le stelle dai pianeti, quando Marte si trova più vicino alla Terra, entro la costellazione dello Scorpione, si potrebbero confondere.
Nel 136 a.C., nell’osservare una cometa apparsa nella costellazione dello Scorpione, Ipparco, di cui Tolomeo diceva che «amava lavorare sodo come amava la verità», si accorse che le stelle in mezzo alle quali la cometa si trovava non erano state censite e catalogate come avrebbero dovuto essere. Così, per localizzare e seguire meglio il cammino di future comete, Ipparco prese a notare il numero, la luminosità relativa e la posizione di tutte le stelle più luminose del cielo. Ne risultò un catalogo di 1080 stelle, che completò nel 129 a.C. Egli aveva suddiviso queste stelle in 6 classi di grandezze o magnitudini, partendo da Sirio e Vega che apparivano più grosse e si «accendevano» per prime nel cielo della sera.
Perciò, queste vennero definite di 1a magnitudine, mentre chiamò di 6a quelle che apparivano per ultime. Per inciso, val la pena di notare che questo «misurare» sia i corpi celesti, allora considerati divinità, come tutta la natura in genere, se da un lato è il principio della scienza, dall’altro ha fatto sempre rabbrividire i maghi antichi e moderni, del resto smentiti dalla Bibbia stessa che racconta come Dio aveva creato il mondo «sopra il numero, il peso e la
misura». E quindi, il misurare si potrebbe considerare un modo di riscoprire Dio, attraverso l’opera sua. Così, infatti, l’intendevano scienziati credenti come Copernico, Keplero, Galileo e Newton, considerati i fondatori della scienza moderna.

Il cielo intorno a noi

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